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N°78 - Nuccia catechista: riflessione di Padre Pasquale
r. .r
Grazie, Gesù, per averci regalato Nuccia. Alleluia!

MESSAGGIO PER IL 2 NOVEMBRE 1996rosa

Cari fratelli e sorelle in Cristo, è tempo di semina! La terra è diventata arida e non dà
più buoni frutti, aspetta di essere lavorata per ricevere il buon seme, quello della vita nuova
nello Spirito, che solo produce frutti di amore, di gioia, di speranza e di pace. Depositari del
buon seme siete voi, figli di Dio, chiamati nel Battessimo alla vita divina, arricchiti di doni
spirituali e preparati dal Padre per collaborare al grande progetto della salvezza.
I tempi sono ora maturi, il Regno di Dio è vicino: è dentro di voi, bisogna che lo
viviate con senso di responsabilità, da veri figli della luce. Prendete quindi coscienza della
vostra vocazione, estraete dal vostro cuore i talenti ricevuti e trafficateli, mettetevi
generosamente al servizio dei fratelli, per collaborare col Padre. Sappiate che nulla vi
appartiene, ma tutto vi viene da Dio, tutto vi è stato dato per l’edificazione e l’utilità comune.
Se vivete degnamente la figliolanza divina, consentirete al Verbo di incarnarsi, lo
Spirito scenderà su di voi e la Parola di Dio metterà radici nei vostri cuori, darà abbondanti
frutti di vita nuova. Si compirà cosi quanto il Signore oggi vi dice: “Voi siete il sale della terra
e la luce del mondo; brillate come le stelle per illuminare le tenebre”. Per realizzare questa
Parola, occorrono quindi i doni dello Spirito, come la pazienza, il coraggio, la forza, la
perseveranza e le tre virtù teologali-evangeliche: fede, speranza, carità, comunicate al cuore
dell’uomo e alimentate continuamente dalla grazia.

Se lo Spirito di Dio è in voi,
avrete i mezzi necessari per mettervi alla sequela di Cristo e spargere ovunque semi di amore, di
gioia, di speranza e di pace, per far crescere ciò che di buono avete ricevuto, per far conoscere
a tutti la verità e l’amore, per praticare la giustizia, con la sola forza e la luce della testimonianza.
Se Dio è in voi,
lavorate incessantemente per fare il bene, con la tenacia, la perseveranza e la pazienza del contadino,
che affida alla terra il suo sudore e ogni speranza,
in vista di un abbondante raccolto. Vivere responsabilmente la propria vocazione vuol dire,
infatti, uscire da se stessi per andare incontro agli altri e spendere per essi le proprie energie,
condividere con loro le proprie sostanze, per farle fruttificare. È questa la sapienza del
seminatore, che in autunno esce di buon mattino col suo prezioso sacchetto di grano e sparge
a larghi gesti di mano la semenza, affidandola alla terra, perché gli dia abbondanti frutti.
Anche nel Vangelo incontriamo spesso la figura del seminatore: un’immagine antica
quanto il mondo, eppure tanto eloquente. Il divino Maestro mette in evidenza le doti del
contadino, perché lo imitiamo nel fare il bene senza stancarci, né lasciarci vincere dagli
insuccessi, dalle preoccupazioni o dalle difficoltà, avendo la pazienza di attendere
serenamente i tempi del raccolto, confidando pienamente nel Signore, che è la nostra terra, da
cui proviene ogni bene ed ogni consolazione.

Osserviamo il contadino mentre dissoda e prepara il campo da seminare. Notiamo
come libera il terreno dalle erbacce, perché non soffochino il buon seme, con quanta serenità
attende la primavera, per vedere germogliare le nuove piantine. Egli non teme i rigori
dell’inverno, anzi è felice quando piove o nevica, perché sa che
“Se il chicco di grano non muore, non porta frutto“.
V’invito a fare come il contadino: non temete le avversità della vita, ma perseverate
nel bene fino alla fine, costi quel che costi. Considerate che voi stessi siete i semi della vita
nuova nascosta in Cristo, e non scoraggiatevi. Sottomettetevi umilmente alla potente mano di
Dio, che volge tutto al bene, sappiate (di dovere) morire a voi stessi e al mondo, per produrre
frutti di vita eterna. La sofferenza, infatti, ha la potenza della pioggia e della neve, che fa
germogliare il grano, è via necessaria ed obbligata per crescere, tanto che tutta la creazione
geme e soffre nelle doglie del parto per generare la vita nuova.

Osserviamo, infine, l’ultima fatica del seminatore: la mietitura, forse la fatica più dura,
ma sicuramente la più attesa dal contadino, per la gioia del raccolto e la serenità che viene
dall’avere il granaio pieno. Per l’uomo c’è anche una mietitura, ma non c’è una stagione per il
suo raccolto, ogni momento è buono, perché è il Padrone delle messi che decide di falciare il
grano e dare la giusta paga all’operaio.

Cari fratelli e sorelle, questa realtà deve rendervi più zelanti nel fare il bene, finché
siete in tempo, dovendo dare conto del vostro operato nel giorno e nell’ora in cui il Signore
vorrà. Vivete, come se oggi fosse l’ultimo giorno della vostra vita terrena, vigilanti, con le
lanterne accese, come le vergini sagge, perché non sapete quando lo sposo busserà alla vostra
porta. Comunque, non preoccupativi di nulla, continuamente a servire il Signore anche nella
prova, perché non avete il potere di allungare la vostra vita neppure di un’ora.

Considerate invece di possedere il presente, da cui dipende sempre il futuro vostro e
dei vostri fratelli. Cercate di vivere intensamente e con saggezza ogni momento presente, non
sprecate il vostro tempo, vivetelo nell’amore, con amore, per amore, sforzandovi di compiere
in tutto la volontà di Dio. Siate certi che nulla di quello che fate in questa terra andrà perduto,
perché l’operaio ha diritto alla paga. Sarà beato colui che avrà ascoltato e messo in pratica la
Parola di Dio. Un giorno si sentirà dire: “Vieni avanti, mio servo buono e fedele. Poiché sei
stato fedele nel poco, ti farò partecipe del molto”.

Alla luce di questa verità di fede, per noi cristiani, il giorno dei morti deve assumere
un significato nuovo. Per me, il due novembre simboleggia il giorno della mietitura, ossia
l’inizio della vita nuova. Pertanto, cristiani impegnati, cominciate a viverlo non come un
giorno di lutto, ma come un giorno di gioia, la gioia nel Signore, che, attraverso le Sacre
Scritture, ci rassicura, dicendo: ”Chi semina nelle lacrime, raccoglierà nel giubilo”.

O Dio, Padre di misericordia e di consolazione, ascolta la mia preghiera: “Nel nome di
Gesù, Tuo Figlio, che, morendo, distrusse la morte e, risorgendo, ci ha ridato la vita, fa, o mio
Signore, che alla fine dei nostri giorni possiamo venire incontro a Te e riunirci a tutti i nostri
cari, nella gioia senza fine; fa, o mio Signore, che i nostri occhi vedano la luce del Tuo volto. Amen”.
A te, Federico, grande seminatore, auguro un abbondante raccolto.

Nuccia